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Ramificazioni-The Boiling Life-Una Foresta
Fotografie di Maria Silvano

Ho dovuto prendere confidenza con piccoli gesti, capirne il senso e la misura. Cogliere a pieno lo scorrere delle ore,
l’importanza del sole, la gioia dell’ombra. Si trattava di non aver paura, di aver voglia di dare ascolto, di rimanere,
fermi, ad ascoltare il proprio essere in divenire. Mi sono trasformata in pianta.



La ricerca fotografica che Maria Silvano conduce è influenzata innegabilmente e necessariamente dagli studi in antropologia culturale compiuti durante il proprio percorso universitario.
La sua fotografia così fila dritta verso un obbiettivo preciso e chiarissimo, quello dell’indagine sulla propria identità culturale e sociale in relazione ad una condizione sperimentata da lei stessa di “esule”, migrante a Berlino che ha lasciato il proprio paese di origine in cerca di “qualcosa”, di “altro”.
“…I flussi migratori di quest’Europa senza confini non sono in fondo molto diversi da quelli del secolo precedente: c’è lo stesso sogno di fortuna, lo stesso desiderio di una vita migliore e la nostalgia per ciò che si è lasciato alle spalle che  si sa si acuisce con il tempo…”
Esemplare di tutto ciò il poetico ed ispiratissimo lavoro dal titolo “Ramificazioni” nel quale Maria attraverso doppie esposizioni analogiche/digitali unite ad un bianco e nero marcato dà vita ad una fusione tra soggetti umani ed alberi. Uomini dotati di rami che si estendono e si esprimono in nuovi spazi dotati di radici “mobili” innestanti in terre e terreni differenti dall’habitat originario composti da un sub-strato sconosciuto.
“Ramificazioni” è la creazione di una “foresta umana” fatta di anime e sentimenti brulicanti nella quale è possibile sentire echeggiare voci, pensieri, interrogativi esistenziali prodotti dalle anime di quegli alberi che ne scuotono i rami e vacillare le radici.
Nel progetto “The Boiling Life” allo stesso modo si ritrovano quelle caratteristiche emozionali unite ad una decisa volontà espressiva dell’artista proprie della sua Fotografia. Il tema è sempre quello del viaggio, del ritrovarsi in nuovi luoghi e nuovi territori e degli stati d’animo derivanti che finiscono per influenzare così fortemente le proprie percezioni e la valutazione della realtà in generale.
Le fotografie del paesaggio circostante assumono quindi variazioni tonali irreali ed emotive simulando dimensioni surreali di “plasmazione” unica e personale. Stati d’animo “accesi”, emozionati trasferiti direttamente sulla Fotografia.
“….Nel Novembre 2015 sono partita per il Marocco con la consapevolezza che la prima fonte per costruire il mio diario di viaggio non potessi essere che io stessa. Le strutture fisiche (il mondo esterno) è stato plasmato da strutture di sentimento: squarci su ciò che sta al di fuori di me sono densi del mio posizionamento affettivo…”
I temi delle radici, del viaggio compongono una ricerca fotografica-biografica, un diario della propria condizione e del proprio vissuto che pare approdare alla fine ad una consapevolezza e tranquillità sensoriale per merito proprio del Mezzo “……la fotografia come via per raggiungere l’immortalità….
La fotografia ferma il tempo permettendo così a Maria di compiere nel progetto “Una Foresta” la fissazione di alcune anime a lei familiari su foglie di alberi simboli della caducità umana utilizzati come originalissimi supporti fotografici che la fotografa pone sotto vuoto al fine di bloccarne il processo di decomposizione naturale.
Gli affetti di Maria resisteranno quindi allo scorrere del tempo, creando così una foresta di sentimenti perenne, immortale, rifugio sicuro da tutto ciò che è finito, temporaneo, destinato alla distruzione e alla scomparsa. (V.P)




RAMIFICAZIONI

Mio nipote Giovanni ha iniziato a parlare. Me l’ha raccontato ieri sera mio padre per telefono, durante una chiamata che lungi dall’accorciare le distanze mi ha fatto sentire ancor più lontana: lui ride mentre mi chiama dalla nostra altana a Venezia, sono sicura che se mi sforzassi, dall’altra parte della cornetta riuscire a sentire il volo delle rondini. Dal mio terrazzo in Elsenstrasse si vede una Gru Gialla ed un cantiere. Gru in tedesco si dice “Kran”. Prima di lasciare l’Italia ho scelto ponderatamente gli scatoloni da portare con me, pensando che prima o poi avrei avuto bisogno di quel maglione piuttosto che di un altro: “La mia vita sono due valigie e sette scatoloni” “la mia dodici e tre” “la sua due e uno” “Ho una valigia di fotografia ed una moca di tristezza” pensavo. Il mio senso d’appartenenza, il mio inevitabile riconoscermi tra gli oggetti si scontrava giornalmente con il desiderio di poter partire in qualsiasi momento, di sentirmi slegata, di recidere le mie radici ma è proprio partendo, scontrandomi con una cultura nuova che quelle radici sono tornate più che forti che mai. Siamo più di 500mila. Abbiamo radici profonde, lontane. Abbiamo desideri e voglia di veder fiorire le nostre speranze.
Partendo dalla mia esperienza personale ho cercato un modo per dare forma alle sensazioni che mi hanno tanto segnata nell’arco di questi ultimi due anni. I flussi migratori di quest’Europa senza confini non sono in fondo molto diversi da quelli del secolo precedente: c’è lo stesso sogno di fortuna, lo stesso desiderio di una vita migliore e la nostalgia per ciò che si è lasciato alle spalle che  si sa si acuisce con il tempo. Il lavoro si compone di 13 immagini (40x60 cm) realizzate con un gioco di sovrapposizioni tra fotografia analogica e digitale. Ogni immagine è accompagnata da un testo di riferimento nel quale il soggetto fotografato racconta la propria storia di migrazione:  i sogni e le speranze legate alla volontà di cambiare paese, le difficoltà linguistiche e d’integrazione, i problemi del quotidiano. Il lavoro fotografico è accompagnato da un traccia sonora nella quale le voci dei soggetti fotografati si sovrappongono le une alle altre: problemi di pronuncia ed inflessioni linguistiche si compongono a creare una foresta di voci.
THE BOILING LIFE

Ho fatto esperienza del vento e della luce.
Ho fatto esperienza della semplicità.
Ho fatto esperienza delle relazioni, arrivando alla consapevolezza che il mondo non è che il prodotto della relazione tra me e le altre persone.
Tutto centra. A tutto c’è una ragione, una rete di rimandi.
Nel Novembre 2015 sono partita per il Marocco con la consapevolezza che la prima fonte per costruire il mio diario di viaggio non potessi essere che io stessa. Le strutture fisiche (il mondo esterno) è stato plasmato da strutture di sentimento: squarci su ciò che sta al diffusori di me sono densi del mio posizionamento affettivo. Ho posto quindi attenzione alle sfumature ed ai piccoli fatti, cercando di arrivare alla sostanza delle cose.
Mi sono così imbattuta nell'ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stessa


UNA FORESTA

Dopo la morte di mio nonno una foto mi fa più male di qualsiasi altra: si vede mia madre, deve avere non più di due anni, ha delle belle gambette morbide e un vestitino bianco. Al suo fianco siede mia nonna
giovane e bellissima. Ride. Ride alla sua bambina e al suo uomo che deve aver corso per entrare nell’autoscatto e porgerle i fiori. Quell’uomo èmio nonno…mosso.
Dopo il 13 Dicembre duemilaetredici ho iniziato a cercare nella fotografia una chiave per l’immortalità, a pormi interrogativi sul ciclo della vita e della morte, arrivando a domandarmi cosa sia la fragilità.
Ho dovuto prendere confidenza con piccoli gesti, capirne il senso e la misura. Cogliere a pieno lo scorrere delle ore, l’importanza del sole, la gioia dell’ombra. Si trattava di non aver paura, di aver voglia di dare ascolto, di rimanere, fermi, ad ascoltare il proprio essere in divenire. Mi sono trasformata in pianta.
La fotografia nei ritratti dei miei 12 soggetti da fine si fa mezzo per stamparne il volto direttamente sulle foglie simbolo dello scorrere del tempo e del ciclo della vita. Le foglie sono state poi accuratamente messe sotto vuoto bloccando così il naturale processo di decomposizione.
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