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Giovanni PRESUTTI
"Dependency"


"....Ed allora è come se la dipendenza si tramutasse in un’isola felice nell’Oceano dell’esistenza; un luogo nel quale il pensiero non divaga e non  si perde nell’oscurità ma resta saldo e concentrato su quegli aspetti che provocano schiavitu’, mutati inaspettatamente in ancore  di salvataggio....."







L’uomo, lo sappiamo bene,  è un essere speciale e molto particolare. La sua intera esistenza è protesa verso la propria conservazione sia individuale che sociale unita alla ricerca della felicità e del benessere fisico e mentale. Questi obbiettivi, di lunga data, prefissati con la venuta in questo Mondo, rappresentano la costante imprescindibile della condizione umana. Questo processo di miglioramento costante ed esponenziale della vita, intesa come frammento dell’esistenza in senso individuale e al contempo della totalità del genere umano è un qualcosa di assolutamente inevitabile e non soggetto a negoziazione alcuna.
 Tutto quello che l’uomo ha inventato lo ha fatto principalmente  per uno scopo: migliorare la propria esistenza e al contempo fuggire alla morte. La Storia e la società moderna raccontano però che durante questo processo continuo e costante di ricerca  qualcosa sembra non aver funzionato correttamente. A tal riguardo è infatti facilissimo notare e prendere coscienza di alcuni aspetti che hanno ostacolato l’uomo in questa sua infinita impresa. Giovanni Presutti  così attraverso la  sua Fotografia , ha tradotto in immagini alcune di queste “zavorre”  che ostacolano lo sviluppo e l’esistenza di questo rinomato essere tragicomico.

“Dependency” è un lavoro che riflette sull’uomo e su quegli atteggiamenti messi in atto da lui in modo ossessivo ed esagerato nella ricerca del piacere finendo inesorabilmente  per diventare così una vera e propria patologia, conosciuta con il termine di dipendenza.  
E’ sicuramente innegabile ormai che l’uomo contemporaneo sia afflitto da molte manifestazioni di questa particolare disfunzione esternata comunemente attraverso gesti compulsivi  che sembrano essere diventati  cifra ed elementi caratteristici di questi nostri tempi.
La fotografia di Giovanni passa così in rassegna alcuna dipendenze rintracciabili ed osservabili nel vissuto quotidiano individuale avvalendosi di uno sguardo allo stesso tempo  ironico e profondamente tragico.
L’uomo è una spugna che assorbe e mette facilmente in atto comportamenti scorretti e dannosi per la propria esistenza risultando  per questo un essere  facilmente corrompibile, disposto a mettere in pericolo la propria  salute nella ricerca di un falso e deleterio piacere.
In quasi tutti gli scatti del progetto l’essere umano viene sistemato e ritratto al centro dell’immagine, della scena, protagonista eroico, impegnato nella lotta con la propria dipendenza particolare, la cui manifestazione concreta ed oggettiva orbita tutta nello spazio intorno a lui. A questo proposito è  fondamentale notare quindi  una forte attenzione da parte dell’autore verso la messa in scena e la parte scenografica del set fotografico  allestito e composto in modo magistrale nonchè molto spettacolare dal punto di vista estetico e della narrazione.
L’uomo di Giovanni lo ritroviamo letteralmente distrutto, disperato, abbandonato e assalito dalle sua dipendenze. E’ un uomo solo, isolato, perché anche se ormai patologia sociale, la dipendenza si vive specialmente in modo individuale.
 
Va in scena quindi in Dependency lo spettacolo della debolezza e fragilità umana.  Ma questo micidiale meccanismo psico-fisico di schiavitu’ verso oggetti e affetti della realtà che circondano la nostra vita, analizzato con maggiore empatia verso i soggetti protagonisti, potrebbe anche costituirsi sorprendentemente come rifugio, riparo e fuga dalla propria vita e dal destino, certo, di annichilimento materiale.
Ed allora è come se la dipendenza si tramutasse in un’isola felice nell’Oceano dell’esistenza; un luogo nel quale il pensiero non divaga e non  si perde nell’oscurità ma resta saldo e concentrato su quegli aspetti che provocano schiavitu’, mutati inaspettatamente in ancore  di salvataggio.
Così la  società globale contemporanea, spersonalizzante, nel quale sempre piu’ gli individui si avvertono isolati, contribuisce spietatamente ad alimentare e “vendere” dipendenze “reclamizzandole” come  salvezze per motivi esclusivamente economici e di profitto.  Genitori, figli, anziani, uomini, donne, tutti cercano disperatamente di aggrapparsi ad un qualcosa di tangibile e manifesto, per ingannarsi, sempre con maggior frequenza ed ossessione, bisognosi, drogati. Il procedimento, meccanico e senza fine, è quello che porta  al riempirsi dentro un vuoto, presente nel profondo; un nulla che scopriamo via via sempre piu’ grande, ampliato smisuratamente, nel corso del  tempo, dalla crisi delle ideologie novecentesche e dalla morte di Dio.
 
Giovanni Presutti finisce quindi per confezionare un progetto di Fotografia specchio dei nostri giorni e delle nostre vite. La Fotografia come testimonianza, riflessione, esorcizzazione di un male interiore isolando così un nucleo tematico di assoluto interesse ed importanza, realizzato  tecnicamente in modo sopraffino. Alla fine chiunque osserverà queste Fotografie vi ritroverà in essere un pezzo di se stesso, della propria esistenza, perché in fondo tutti vogliamo e forse abbiamo già la nostra isola felice. (V.P)
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