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Joseph PODLESNIK
"Confluence"




La Fotografia di Joseph Podlesnik rivela una ricerca estetica molto coerente, focalizzata sul ritmo urbano e sulla scomposizione della realtà in piani diversi attraverso la disposizione di elementi primo piano/sfondo e all'impiego di superfici riflettenti.
Degne di nota le sovrapposizione originate attraverso l’utilizzo dei riflessi delle vetrine nel produrre  un effetto quasi onirico che riesce a trasformare  scene quotidiane in composizioni astratte, dove il "dentro" e il "fuori" si fondono in un unico piano. Prende così vita una stratificazione visiva all’interno delle immagini veramente affascinante, nelle quali,  l’occhio dell’osservatore  non vede soltanto oggetti, ma una sovrapposizione di stati dimensionali. Il corpus del lavoro di Podlesnik sembra quindi sussurrare che la realtà non sia solida e definita come crediamo, ma fatta di probabilità, interferenze e "strati" che si integrano tra loro in modo caotico. Se è naturale tracciare un parallelismo con la fisica quantistica, potremo affermare che le immagini paiono quindi  rifiutare l'idea di una identità singola isolata che osserva da un punto di vista privilegiato  ( l'uomo) , disvelando invece  multi-stati, tutti presenti nello stesso istante, dove la totalità sembra sospesa in una realtà atemporale.
“Confluence” è un lavoro dotato di un’ idea ben precisa e sapientemente realizzata, una sorta di indagine visiva sulla percezione dello spazio e del tempo e di come la mente dell'Uomo interpreti questo fenomeno.
Interessante notare inoltre  che in  quasi tutte le fotografie dove sono presenti esseri umani, l'individuo risulta quasi negato o frammentato: non appare mai un volto chiaro, un'espressione definita o uno sguardo diretto. Le persone ritratte, così come lo stesso autore che si auto-ritrae , diventano  presenze  sfumate, confuse, mischiate con altri elementi oggettuali che  finiscono per confluire  nel Tutto del flusso spazio-temporale: L'individuo non si riconosce piu' come protagonista separato dalla realtà circostante ma si scopre piu' correttamente parte di quell’infinita molteplicità del reale dove ogni cosa possiede uguale dignità, dove qualsiasi cosa è importante allo stesso modo.( Vanni Pandolfi)



"Un sottotitolo per questo libro fotografico potrebbe essere "Tracce, fusioni, riflessioni sul visibile e sull'invisibile". A questo proposito, ho imparato che ci sono differenze tra conflazione e confluenza. Secondo una fonte, "la confluenza è un'unione positiva o neutra di cose (come fiumi o idee) in un unico flusso [la parola "confluenza" ha origine dal latino confluentia, che significa "un fluire insieme"], mentre la conflazione è la fusione di due o più cose distinte (idee, testi) in un unico insieme, spesso confuso o errato, che porta con sé una connotazione negativa di mescolanza di cose che non dovrebbero essere mescolate. Pensate alla confluenza come a un flusso armonioso (l'incontro di fiumi) e alla conflazione come alla confusione di due cose in una (mescolare ricchezza e felicità)." Considerando le differenze di questi significati, non riesco sempre a distinguere quali delle mie fotografie rappresentino la confluenza e quali la conflazione; forse in alcuni casi le immagini combinano i significati .

Naturalmente, le foto hanno precedenti fotografici, in particolare fotografi come Lee Friedlander, Saul Leiter e in alcuni casi William Eggleston. C'è un'altra influenza, il libro di Arthur Koestler, The Act of Creation, (che mi è stato presentato per la prima volta da Roy R. Behrens, il mio professore di design durante gli studi universitari). Una delle idee chiave del libro di Koestler è la "bisociazione", la "collisione" o "fusione" di due "matrici" mentali o quadri di riferimento precedentemente non correlati. Questa idea ha contagiato il mio modo di vedere: non vedo più le cose solo come entità separate, ma come configurazioni figura/sfondo; per me, più sono complicate, dirompenti e compositivamente soddisfacenti, meglio è. Preferisco la sfida temporale di arrivare a curiose fusioni/confluenze durante lo scatto (una versione più lenta e meditativa del "momento decisivo" di Bresson) e non in post-produzione. Mi rendo conto che in questo libro ci sono delle sovrapposizioni, con foto che compaiono in altri miei libri fotografici (uno di questi è Seer Unseen, con una prefazione scritta da James Elkins, che mi ha introdotto all'idea di un "veggente invisibile" , grazie mille a lui." (Joseph Podlesnik)    


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A subtitle for this photobook could be “Tracings, Mergings, Musings on the Seen and Unseen”. Around this, I  learned there are differences between conflation and confluence. According to a source, “Confluence is a positive  or neutral coming together of things (like rivers or ideas) into one flow [the word ‘confluence’ is rooted in the  Latin confluentia, meaning “a flowing together.”], while conflation is the merging of two or more distinct things  (ideas, texts) into a single, often confused or erroneous, whole, carrying a negative connotation of mixing things  that shouldn’t be mixed. Think of confluence as a harmonious flow (rivers meeting) and conflation as confusing  two things into one (mixing wealth and happiness).” Considering the differences in these meanings, I cannot always tell which of my photographs depict confluence  and which depict conflation; perhaps in some cases the images combine the meanings.

Of course, the photos have photographic precedence, namely photographers such Lee Friedlander, Saul Leiter  and in some cases William Eggleston. There is another influence, Arthur Koestler’s book, The Act of Creation,  (first introduced to me by Roy R. Behrens, my design professor during my undergraduate studies). One of the  key ideas in Koestler’s book is ‘bisociation’, the “collision” or “fusion” of two previously unrelated mental “matri ces” or frames of reference. This idea has infected my way of seeing: I no longer only see things as separate   entities, but as figure/ground configurations; for me, the more complicated, disrupting and compositionally sat isfying the better. I prefer the temporal challenge of arriving at curious conflations/confluences during capture (a  slower, more meditative version of Bresson’s “decisive moment”) and not in post-production. I realize there is some overlap in this book, with photos herein appearing in some of my other photo books (one  would be Seer Unseen, with a foreword written by James Elkins, who introduced me to the idea of an “unseen  seer” -- many thanks to him. (Joseph Podlesnik)    












           
















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